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Recensione Onimusha Way of the Sword: tirate fuori gli Oni!
Dove eravamo rimasti? L'ultimo capitolo di Onimusha è uscito ben vent'anni fa, se non si considerano le varie rimasterizzazioni che Capcom ha confezionato per tastare il terreno, prima di rilanciare questa serie che è ricordata sempre con molto affetto. I tempi sono maturi per un nuovo titolo, che in realtà è un soft reboot della saga nell'anima e nella sostanza: siamo pronti a parlarvi di Onimusha: Way of the Sword, dopo averlo spolpato per benino.
Non vorrei subito paragonare Onimusha: Way of the Sword ad altri giochi a cui siamo abituati, più che altro perché non vorrei che passasse il messaggio che Capcom abbia cambiato il DNA della serie, fatta di action puri con sentori d'orrore, che interpretavano il Giappone feudale attraverso elementi demoniaci e atmosfere oscure. Lo è anche Way of the Sword, la cui evoluzione più grande riguarda chiaramente il sistema di combattimento, costruito per far sembrare gli scontri contro i boss un duello tra samurai. E poco importa che dall'altra parte della lama ci siano spesso dei demoni: molti degli avversari combattono secondo dinamiche che restituiscono proprio quella sensazione, fatta di distanza, parate, tempismo e colpi da piazzare nel momento giusto.
A vestire i panni del protagonista troviamo Miyamoto Musashi, uno dei samurai più celebri della storia giapponese. Capcom lo ha caratterizzato alla grande, anche grazie ad un ottimo doppiaggio italiano, che riesce a dargli personalità e spessore.
È un lavoro che, per qualità e capacità di dare carattere al protagonista, ci ha ricordato quello di Deacon St. John (Francesco Rizzi) sentito in Days Gone.
Dunque, Musashi sta percorrendo la Via della Spada con l'obiettivo di diventare il più forte samurai del Giappone, ma il suo percorso viene stravolto quando riceve il guanto Oni, in grado di conferirgli una forza sovrumana. Lo spadaccino però lo considera una sorta di fastidiosa ed ingombrante scorciatoia, non vuole diventare il più forte grazie a un potere che non gli appartiene e cerca in ogni modo di liberarsene.
Non può farlo, però. Il guanto gli viene donato quando è ormai in punto di morte e finisce per mantenerlo in vita. Musashi si ritrova così combattuto tra il rifiuto di quel potere e la consapevolezza di averne bisogno. La ricerca di un modo per rimuoverlo diventa quindi il punto di partenza di un viaggio che lo porterà nel cuore di una Kyoto minacciata da una potentissima presenza demoniaca, che confluisce in una trama che funziona soprattutto come motore per portare Musashi da uno scontro all'altro.
La caratterizzazione, del resto, è uno degli aspetti che funzionano meglio in Way of the Sword. La superbia di Musashi è soltanto la ciliegina, perché anche il resto del cast, soprattutto sul fronte degli antagonisti, è ben costruito e accompagnato da un ottimo doppiaggio. I vari boss vengono introdotti attraverso brevi sequenze che ne delineano personalità e motivazioni, ma è soprattutto durante gli scontri che riescono a lasciare il segno.
Per capire davvero come è strutturato Onimusha: Way of the Sword, però, un paragone con Sekiro: Shadows Die Twice può essere utile, soprattutto per le sensazioni che restituisce il sistema di combattimento. Non perché i due giochi siano uguali, anzi: Onimusha cerca di rendere la propria esperienza più accessibile. Sono infatti presenti due livelli di difficoltà, cioè la modalità Storia, per chi vuole godersi l'avventura senza troppi pensieri, e la modalità Azione, consigliata agli esperti dei giochi action.
È proprio quest'ultima che abbiamo affrontato e, anche per chi ha già masticato parecchi action, il livello di sfida ci è sembrato ben bilanciato. Tenete conto che potete cambiare tra le due a vostro piacimento, nel caso le cose dovessero mettersi male.
Onimusha non cerca di punirvi a ogni errore, ma riesce progressivamente ad allenarvi alle sfide che vi aspettano più avanti, ed esige che abbiate capito i suoi sistemi. All'inizio gli scontri sono piuttosto semplici e anche i primi b