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La plastica nei mari lascia tracce nei pulcini già dopo un mese
Un gruppo della University of California, Davis e del CONICET argentino ha rilevato plastica in oltre sette pulcini di petrello gigante meridionale su dieci. Lo studio, pubblicato su Ecotoxicology and Environmental Safety, associa anche quantità molto piccole di materiale ingerito a variazioni fisiologiche nei giovani uccelli, soprattutto attorno al primo mese di vita. I risultati descrivono segnali subletali, non una prova che la plastica abbia causato direttamente ogni alterazione osservata.
Il petrello gigante meridionale, Macronectes giganteus, vive in un'area che si estende dall'Antartide alle coste di Cile, Argentina, Africa e Australia. Questi grandi uccelli si alimentano spesso sulla superficie del mare, dove si concentrano molti rifiuti galleggianti. Gli adulti possono inghiottire accidentalmente i frammenti e trasferirli ai piccoli quando rigurgitano il cibo nel nido. La specie non è considerata globalmente ad alto rischio di conservazione, ma questa esposizione la rende una sentinella utile della contaminazione marina.
La ricerca, apparsa su Ecotoxicology and Environmental Safety, ha esaminato pulcini nelle colonie della provincia di Chubut, in Patagonia argentina, durante due campagne condotte nel 2022 e nel 2023. Gli animali sono stati valutati a circa 30 giorni e poi vicino all'involo, intorno ai 90 giorni. I ricercatori hanno considerato frammenti di almeno un millimetro e hanno affiancato al conteggio analisi ematologiche, biochimiche e morfometriche.
La plastica è stata trovata nel 71,4% dei pulcini: da uno a 14 oggetti per animale, con una massa media di 0,2510 grammi, inferiore allo 0,1% del peso corporeo. Nei soggetti di circa 30 giorni, il carico di plastica risultava associato a parametri nutrizionali come colesterolo, calcio, massa e condizione corporea, oltre che a indicatori del metabolismo, della funzione epatica e muscolare e della risposta immunitaria. L'aspetto apparentemente sano dei pulcini, quindi, non escludeva differenze misurabili.
Il gruppo ha analizzato anche biomarcatori enzimatici come acetilcolinesterasi, butirrilcolinesterasi e glutatione S-transferasi, o GST. Alcune associazioni iniziali con queste attività hanno perso significatività statistica quando è stata considerata la variabilità tra i due anni di campionamento. Al momento dell'involo, inoltre, quasi tutti i legami osservati nei pulcini più giovani si erano attenuati o erano scomparsi; restavano associati all'ingestione soltanto l'attività della GST e i livelli di calcio.
Gli autori non possono ancora stabilire se l'attenuazione rifletta una compensazione durante la crescita, tempi diversi tra esposizione e risposta fisiologica oppure normali cambiamenti dello sviluppo. Il problema si inserisce nel più ampio tentativo di gestire i rifiuti già dispersi in mare: alle Hawaii, per esempio, si sta valutando l'impiego della plastica oceanica nell'asfalto, una soluzione che richiede ancora verifiche tecniche e ambientali.
Lo studio indica che contare i frammenti non basta a descrivere l'esposizione e propone un approccio basato su più indicatori per intercettare effetti sottili dell'inquinamento da plastica. Rimane aperta la questione decisiva: non è noto se le variazioni riscontrate compromettano la sopravvivenza dopo l'involo, la futura riproduzione o l'andamento delle popolazioni. Serviranno osservazioni di lungo periodo per distinguere risposte temporanee da conseguenze biologiche persistenti.
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