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The Echo Chamber - La recensione
Prima che per le sue ragioni artistiche – e ce ne sono davvero tante – che lo hanno infine portato nella selezione ufficiale, in concorso, dell'83a Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro è diventato un film chiacchierato già dalla primavera scorsa, molto prima che Indigo Film e 01 Distribution facessero trapelare le prime immagini promozionali, per ragioni diciamo pure indirettamente politiche. Si tratta, infatti, di uno dei due esclusi eccellenti (l'altro è il documentario Tutto il male del mondo, sulla triste vicenda di Guido Regeni) dalla commissione per i fondi al cinema indetta dal Ministero della Cultura per la distribuzione dei contributi.
Una scelta discutibile, non fosse altro per l'intrinseca importanza spirituale cucita addosso dalle circostanze del caso, o forse della vita stessa: The Echo Chamber è l'ultima sceneggiatura accreditata di Bernardo Bertolucci. Copione a cui ha lavorato fino a pochi mesi dalla sua scomparsa, nel novembre del 2018, assieme alle sceneggiatrici Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Una storia d'amore in cui i confini tra presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono fino a dissolversi. Leo (Luca Marinelli) e Anne (Alicia Vikander) si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano. Non riescono a lasciarsi né a liberarsi.
Tra le stanze risuona la voce di Ava (Susan Sarandon), una cantante sul viale del tramonto in cerca di un ultimo guizzo per brillare, che attraversa il tempo e lascia affiorare ciò che resiste o che non può più essere trattenuto. The Echo Chamber sarebbe potuto essere la ventinovesima regia di Bertolucci, ma è diventato il quarto lungometraggio del regista trentino Pallaoro dopo i fortunati Monica, Hannah (con Charlotte Rampling, vincitrice della Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile a Venezia 74) e Medeas.
"Per anni, dopo la morte di Bernardo Bertolucci, abbiamo temuto che questa storia, pensata e scritta con così tanto divertimento e desiderio, non si sarebbe mai realizzata", dicono le sceneggiatrici Bernardini e Rampoldi, "Rimettere mano al copione, per la regia di Andrea, è stato come poter rientrare in una casa molto amata e di colpo perduta, in cui riaprire le porte, le finestre, e far entrare di nuovo la luce". Parole che racchiudono nel miglior modo possibile l'essenza stessa di The Echo Chamber ora nel rievocare la struttura da kammerspiel domestico in cui ogni azione vive e riecheggia tra le mura dell'elegante e sofisticato appartamento di Leo, ora nella sacrale responsabilità della sua operazione cinematografica. Perché più che imitare lo stile di Bertolucci e le sue estetiche, Pallaoro lo vuole omaggiare.
Il regista punta a onorare il materiale originale rielaborandolo in modo da renderlo proprio attraverso uno sguardo dal piglio intimo e dalla sensibilità emotiva spiccata. In questo fa gioco un racconto che esplora il centro delle relazioni insinuandosi nel sottile e impercettibile confine che esiste tra presenza e assenza, tra l'avere il controllo della vita di qualcuno e l'averne cura sino a risultarne dipendenti. Ed è questa, infatti, la parola chiave per la comprensione e definizione del racconto: dipendenza. Dalla musica, dalla creatività, dalla cocaina e dal desiderio, ma anche dal dolore fisico ed emotivo e dalla sua sofferenza come linfa che sa elevare lo spirito come abbatterlo.
Ambiguità di fondo, caratteriali come emotive, che Pallaoro lascia trapelare in immagini dalla composizione chiaroscurale ricercata e che vivono di silenzi, riflessi e ombreggi, sigarette e riflessioni, perfezionamento, estasi e autodistruzione in movimenti di macchina delicati e quasi impercettibili. In essi Leo, Anne e Ava vagano come anime dannate in cerca di una direzione in un impianto non lineare dal montaggio snello e morbido in cui Pallaoro fa coincidere passato e presente narrativo come immagini riflesse di un unico quadro costellato di echi esistenziali; ovvero, i