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Il CERN divorzia da Red Hat e salva 2.200 computer "vecchi", passeranno a Debian
Il CERN sta spostando oltre 2.200 computer industriali ed embedded, quelli che controllano l'elettronica del complesso degli acceleratori, da Red Hat Enterprise Linux a Debian 13. Restano fuori dalla migrazione i server di calcolo, ancora su RHEL 9, e le console operative, su AlmaLinux 10. A cambiare è solo il livello a contatto diretto con magneti, alimentatori e sincronizzazione del fascio, come raccontato dagli stessi ingegneri del CERN.
Il motivo lo hanno spiegato Federico Vaga e Nikos Tsipinakis al MiniDebConf di Winterthur, fine agosto. RHEL 9 usa di default il flag di compilazione -march=x86-64-v2, che richiede processori successivi al 2009 e da solo taglierebbe fuori il 47% del parco embedded del CERN.
Il resto dell'infrastruttura resta dove sta. I server di calcolo che elaborano i dati degli esperimenti restano su RHEL, e le console operative restano su AlmaLinux 10, la distribuzione community nata per riempire il vuoto lasciato dalla vecchia CentOS. Cambia sistema solo il livello collegato a magneti e alimentatori.
RHEL 10, disponibile dal 2025, alza l'asticella al set di istruzioni x86-64-v3, tagliando fuori un altro 17% del parco CERN. Il vincolo nasce da una scelta di compilazione decisa a Raleigh, sede di Red Hat.
Sostituire l'hardware incompatibile sarebbe costato 5,4 milioni di franchi svizzeri, secondo un'analisi del rischio del CERN. La probabilità di successo di quello scenario, anche nella stima più ottimistica, si fermava al 20%.
È lo stesso conto che altri enti pubblici con hardware datato dovranno fare a loro volta: il costo nascosto di dipendere da un solo fornitore per le proprie policy di release, di cui Tom's Hardware ha già scritto a proposito di cosa succede quando un fornitore diventa infrastruttura.
Il CERN ha già cambiato rotta così, spinto da un fornitore, altre due volte. Per un decennio ha usato Scientific Linux, una derivata di Red Hat costruita in casa, poi è passato a CentOS nel 2015; la fine del vecchio modello CentOS, decisa da Red Hat un decennio dopo, ha spinto di nuovo il reparto acceleratori a ripensare la propria base. Lo stesso istituto aveva già abbandonato un altro fornitore proprietario, Microsoft, quando un cambio di listino ne aveva reso insostenibile il costo.
Gli ingegneri del CERN stanno valutando Debusine, lo strumento comunitario per pacchettizzare e distribuire duemila macchine senza un ufficio commerciale a garantirne il supporto. Il vendor lock-in si rompe quando il suo costo compare in un foglio di calcolo, più che per ideologia open source, come Tom's Hardware ha già raccontato parlando della trappola da miliardi di cui in pochi discutono.
Anche l'Unione Europea si muove nella stessa direzione, dall'altro lato del problema: dal 2027 cambiare fornitore cloud sarà gratuito per legge, per abbassare il costo che tiene legate tante organizzazioni a un solo nome.
Il vendor lock-in è la trappola da miliardi di cui nessuno parla