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La Svizzera cerca un'alternativa Open Source a Microsoft, cosa succede ora?
La Svizzera sta imboccando una strada che negli ultimi anni ha visto protagoniste diverse amministrazioni europee: l'abbandono progressivo dei pacchetti software americani a favore di soluzioni open source sviluppate e controllate in Europa. A muoversi in questa direzione non è però la Cancelleria federale, ma l'Esercito svizzero, che punta a completare la transizione già entro ottobre di quest'anno. La Cancelleria ha invece una tempistica più lunga e guarda al 2027.
La Cancelleria federale elvetica ha annunciato un programma pilota che offrirà a circa 3.000 dipendenti pubblici, su un totale di 47.000, un'alternativa basata su software libero e open source (FOSS) da affiancare a Microsoft 365. Il progetto partirà verso la fine del 2027 e la prima fase avrà un costo stimato di 9 milioni di franchi svizzeri, pari a circa 9,5 milioni di euro. Una cifra che appare contenuta se paragonata a quanto Berna ha speso finora in licenze Microsoft: secondo un'inchiesta della radio pubblica svizzera SRF, il governo federale avrebbe versato 1,1 miliardi di franchi alle casse di Redmond negli ultimi anni.
Alla base della decisione c'è lo studio di fattibilità BOSS, avviato l'anno scorso e condotto su un campione di 172 utenti che hanno testato strumenti FOSS basati su browser. La sperimentazione ha coperto funzioni come editing di documenti, posta elettronica, calendario, rubrica contatti, gestione attività, archiviazione file, videoconferenze audio e testuali, oltre alla gestione delle identità e degli accessi.
Il rapporto che ne è scaturito identifica chiaramente i confini di un'operazione come questa. Il documento chiarisce che la suite non sostituirà Microsoft 365, non offrirà una corrispondenza funzionale identica, non garantirà piena compatibilità con i formati Microsoft e non rappresenterà un'infrastruttura definitiva.
Nonostante i limiti, la Cancelleria ha concluso che la suite basata su browser è adatta, in linea di principio, a gestire le attività d'ufficio più comuni, pur segnalando alcune criticità tecniche e organizzative. La fase successiva del progetto riguarderà meno del 10% dei dipendenti federali e dovrebbe durare circa 15 mesi. La scelta è caduta su openDesk, la suite collaborativa sviluppata da ZenDIS, società a controllo statale tedesco.
Quando si parla di enti pubblici che abbandonano Microsoft per abbracciare il software libero, si tocca un tema che affonda le radici in una storia lunga oltre trent'anni, fatta di entusiasmi, battute d'arresto e ripensamenti clamorosi. Il caso elvetico, con il suo doppio binario civile e militare, si inserisce in una tradizione europea che ha visto Germania, Francia e Italia protagoniste di esperimenti simili, con esiti spesso contrastanti.
Il precedente più celebre è senza dubbio LiMux, il progetto avviato dalla città di Monaco di Baviera nel 2003. L'amministrazione bavarese decise di migrare oltre 15.000 postazioni di lavoro da Windows a una distribuzione Linux personalizzata, affiancata da OpenOffice. Fu un'operazione monumentale, seguita con attenzione in tutta Europa e presentata come la dimostrazione che anche un ente pubblico di grandi dimensioni potesse emanciparsi dai colossi statunitensi del software. Eppure, nel 2017, il consiglio comunale decise di tornare a Microsoft, complici problemi di compatibilità documentale e pressioni politiche che l'opinione pubblica tedesca discusse a lungo.
Anche la Francia ha una lunga tradizione in materia: la Gendarmerie Nationale avviò la propria migrazione verso Ubuntu già nel 2008, arrivando a equipaggiare oltre 70.000 postazioni con sistemi Linux, in quella che rimane tuttora una delle implementazioni open source su larga scala meglio riuscite in ambito governativo europeo. Il ministero della Difesa francese, in particolare, ha sempre motivato la scelta con ragioni legate alla sicurezza informatica e al controllo end-to-end delle infrastrutture critiche, un argomento che oggi risuona con forza rinnovata anche a Berna.
Non stupisce,