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La vera sovranità digitale Europea non può esistere se prima non facciamo una Vera Europa
L'Unione Europea dipende da fornitori extra UE per oltre l'80% dei prodotti, servizi e infrastrutture digitali che usa ogni giorno, secondo i dati della stessa Commissione. Tre aziende statunitensi controllano il 70% del mercato cloud europeo, mentre la quota dei fornitori europei resta ferma al 15% dal 2022, nonostante anni di strategie dichiarate per invertire la tendenza. Il dato arriva da una società di analisi di mercato specializzata nel settore cloud, che segnala anche come la quota europea fosse al 29% nel 2017, prima di dimezzarsi in cinque anni.
Ogni volta che l'Europa ha provato a correggere questa dipendenza, si è scontrata con lo stesso ostacolo: un solo Stato membro può bloccare una decisione comune, perché la politica estera e digitale strategica richiede l'unanimità in Consiglio. Il progetto di cloud sovrano Gaia-X lo dimostra più di ogni altro: una frattura politica interna fra Francia e Germania lo ha affondato, non un attacco esterno.
La stessa Commissione colloca questa dipendenza al centro del suo pacchetto sulla sovranità tecnologica, presentato all'inizio di giugno. Anche quando l'Europa arretra, lo fa sotto pressione politica, non tecnica: l'ultima versione dell'EUCS, lo schema di certificazione cloud europeo, ha tolto i requisiti di localizzazione dei dati dopo le pressioni di un'associazione che rappresenta i grandi fornitori statunitensi. Il piano per le gigafactory AI europee, circa 30 miliardi di euro fra fondi pubblici e privati, dipende comunque dai chip di NVIDIA, AMD e Qualcomm: nessuna delle due iniziative riduce davvero la dipendenza che dovrebbe correggere, e il bilancio comune dell'UE copre solo una piccola parte del conto.
Undici Stati membri, fra cui Francia, Germania e Spagna, hanno scritto all'Alta rappresentante Kaja Kallas per chiedere di superare l'unanimità almeno su politica estera e digitale: "avremo legittimità, ma non forza", l'argomento centrale della lettera. Kallas ha risposto che l'Unione "deve essere più agile", ma la discussione resta in fase esplorativa: nessuna riforma formale è stata avviata, e a chiederla sono undici Paesi su ventisette.
Mario Draghi, che della competitività europea ha scritto il rapporto di riferimento, è stato ancora più diretto in un intervento a Lovanio: "questo modello non produce potere", ha detto, proponendo un "federalismo pragmatico" che resta comunque distante da un salto federale pieno. Dal lato opposto, la commissaria alla sovranità tecnologica Henna Virkkunen ha voluto chiarire l'obiettivo della Commissione: la sovranità digitale punta a ridurre la dipendenza dove conta di più, non all'isolamento.
Il dibattito europeo su questo fronte attraversa gli stessi nodi da anni. Le strategie proposte contro la dipendenza da Stati Uniti e Cina si scontrano con miti e realtà sui dati che l'Europa possiede davvero, mentre chi lavora sul campo sa che i dati stessi possono essere un vantaggio competitivo, se gestiti bene. Il percorso dai chip al cloud resta lungo, il Digital Networks Act prova a scriverne le regole, e persino Amazon ha lanciato un cloud europeo presentato come sovrano, mentre resta un fornitore statunitense.
I dati raccontano due storie parallele: da un lato un'Europa che riconosce il problema e ne discute da anni ai massimi livelli, dall'altro una quota di mercato cloud che non si muove dal 2022, e iniziative che, messe alla prova, finiscono per dipendere ancora da fornitori extra UE o naufragare per divisioni interne. Chi scrive pensa che la seconda storia continuerà a vincere sulla prima finché la sovranità digitale resterà un obiettivo dichiarato senza essere una priorità abbastanza forte da giustificare la cessione di una fetta di sovranità nazionale: un'Unione che tratta Stati Uniti e Cina come blocchi rivali sul piano tecnologico, ma si comporta come una somma di ventisette veti sul piano decisionale, chiede alla propria industria di competere con un vincolo che i suoi competitor diretti non hanno.
Il salto federale comple