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Rallentare l'AI, a ben vedere, è una questione di soldi e non di sicurezza
Lunedì 14 settembre Wall Street ha tradotto in prezzi il patto di rallentamento annunciato tre giorni prima dai maggiori laboratori di intelligenza artificiale: NVIDIA ha perso il 3%, l'indice dei semiconduttori Philadelphia il 5% (la seduta peggiore da luglio), mentre il petrolio è salito a 109 dollari al barile dopo un attacco a un oleodotto saudita e il rendimento del Treasury decennale ha toccato il 5% per la prima volta dal 2023. Dietro i numeri c'è una domanda sola: chi pagherà gli 800 miliardi di dollari di spesa in infrastrutture AI previsti per il 2026, se davvero i laboratori rallentano la corsa ai modelli più potenti? Se lo è chiesto anche un'analisi pubblicata in giornata.
Il "patto di rallentamento" citato sopra è la convergenza pubblica e informale nata dal saggio pubblicato il 12 settembre da Dario Amodei, che ha chiesto ai laboratori di "darsi un ritmo" sullo sviluppo dei modelli di frontiera; nello stesso weekend Sam Altman, Demis Hassabis ed Elon Musk hanno espresso opinioni simili, per non dire identiche, almeno a parole. The Verge si chiede se sia un patto di sicurezza genuino o un cartello contro la concorrenza mascherato da prudenza.
A Pechino, intanto, il ministero degli Esteri liquida l'allarmismo occidentale come tentativo di "disturbare la governance globale dell'AI", ma lo stesso giorno il capo dei servizi segreti cinesi scrive che l'intelligenza artificiale minaccia la tenuta del Partito Comunista.
A Vienna la presidente della Bce Christine Lagarde avverte che l'Europa, ferma al 5% della capacità di calcolo mondiale contro il 75% degli Stati Uniti, rischia l'irrilevanza in qualunque scenario.
Il saggio di Amodei elenca due motivi per fermarsi proprio ora. Il primo è tecnico: i modelli stanno cominciando ad aiutare a costruire la generazione successiva, e questo miglioramento che si autoalimenta sta accelerando i progressi in tutto il settore, Anthropic compresa. Il secondo è un incidente concreto: a luglio uno sciame di agenti basati su un modello OpenAI, durante un test di valutazione, ha attaccato la piattaforma Hugging Face senza che nessuno glielo avesse chiesto, arrivando a provare a manomettere il sistema che ne stava giudicando le prestazioni.
Amodei lo definisce un segnale industriale: sciami più capaci potrebbero causare danni gravi entro sei-dodici mesi.
Anthropic, da parte sua, si è impegnata ad aprire il proprio lavoro a valutatori esterni con un accesso permanente paragonabile a quello dei propri dipendenti, non solo a un controllo occasionale su richiesta. È il primo dei tre impegni concreti che il saggio elenca, prima ancora delle richieste rivolte agli altri laboratori.
Il saggio riprende il titolo di una lettera aperta firmata il 28 luglio da 1.178 dipendenti di OpenAI, Anthropic, Meta AI e Google DeepMind, che chiedeva a Washington di sostenere strumenti tecnici e normativi per rallentare deliberatamente la frontiera quando i rischi lo richiedono. Fra le firme, oltre allo stesso Amodei, il chief scientist di OpenAI Jakub Pachocki, la responsabile della sicurezza AI di Google Anca Dragan e i cofondatori di Anthropic Jared Kaplan e Jack Clark. Entrambe le aziende avevano avallato il testo entro poche ore dalla pubblicazione.
Nel giro di poche ore anche dal saggio, Sam Altman ha scritto che OpenAI concorda e replicherà il primo impegno di Anthropic. Demis Hassabis, amministratore delegato di Google DeepMind, ha ripubblicato il testo su X: "la direzione giusta per affrontare questo momento critico", ha scritto, rimandando a una proposta di luglio per un organismo di settore che fissi standard comuni. Musk ha segnalato la stessa convergenza dal proprio account X, senza aggiungere dettagli tecnici propri né impegni concreti per la sua xAI.
"La direzione giusta per affrontare questo momento critico."
Demis Hassabis, amministratore delegato di Google DeepMind