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Recensione Silent Hill Townfall, un'esperienza diversa
Il piano di rilancio del franchise di Silent Hill orchestrato da Konami qualche anno fa assume contorni sempre più definiti e sfaccettati. Ormai è diverso tempo che il publisher nipponico ha deciso di riprendere in mano il suo franchise horror per eccellenza, frammentandolo in una moltitudine di visioni affidate a team di sviluppo differenti. Se da un lato abbiamo il filone della restaurazione classica con il remake di Silent Hill 2 (e l'ombra di un rifacimento del primo storico capitolo in arrivo dei prossimi anni) a cura di Bloober Team, e dall'altro la sperimentazione orientale di Silent Hill f, nel mezzo si colloca un'operazione decisamente atipica. Sviluppato da Screen Burns Interactive (studio precedentemente noto come No Code Limited, già autore dell'ottimo Observation) sotto l'egida produttiva di Annapurna, Silent Hill Townfall si distacca con forza dai canoni estetici e strutturali a cui la serie ci ha abituato per oltre vent'anni.
L'opera di Screen Burns abbraccia la visuale in prima persona e, come con Silent Hill f, abbandona del tutto le strade nebbiose della celebre cittadina americana. Attraverso questa scelta, Konami e gli sviluppatori mettono in chiaro una nuova e intrigante filosofia alla base del brand: Silent Hill non è più (solo) un luogo geografico circoscritto, ma evolve in un vero e proprio concetto. La nebbia smette di essere un fenomeno meteorologico legato a una specifica mappa del Maine per diventare una prigione della mente in ogni parte del globo, una condizione psicologica ed esistenziale in grado di manifestarsi ovunque ci sia un'anima tormentata da ingabbiare.
Abbandonati i confini americani, Silent Hill Townfall ci trasporta nel 1996 a Sant'Amelia, una fittizia e desolata cittadina della Scozia. È qui che facciamo la conoscenza di Simon Ordell, un protagonista che si risveglia in uno stato di confusione totale, privo di qualsiasi ricordo legato alla propria identità, al luogo in cui si trova o agli eventi che lo hanno condotto in quel frangente. L'unico, inquietante indizio tangibile della sua condizione è un catetere venoso periferico brutalmente inserito nel suo braccio. Il mistero di questa canula medica diventa il motore immobile dell'intera narrativa, spingendo Simon in una discesa negli inferi per ricostruire il proprio passato in un horror che definiremmo quasi politico.
Rispetto alla tradizione della saga, ci troviamo di fronte a un incipit peculiare. Se nel secondo storico capitolo James Sunderland possedeva quantomeno un vago ricordo della sua identità e di uno scopo apparente (la lettera di Mary), Simon è una tabula rasa assoluta. Questa totale amnesia funziona a meraviglia in combinazione con la prospettiva in prima persona, garantendo un'immersività totale. Il giocatore scopre Sant'Amelia, le sue aberrazioni e la sua profonda lore esattamente con gli stessi tempi e lo stesso smarrimento del protagonista.
La narrazione, pur mantenendo quell'alone criptico imprescindibile per qualsiasi prodotto che porti il nome di Silent Hill, risulta paradossalmente più chiara ed esplicita rispetto al passato. Laddove Silent Hill 2 nascondeva i suoi concetti dietro densi strati di simbolismo implicito, Townfall sceglie una via più leggibile. Grazie a un sapiente utilizzo di documenti sparsi per le ambientazioni, dialoghi ben scritti e cutscene dirette, la trama si dipana in modo lineare. Al raggiungimento dei titoli di coda, abbiamo un quadro netto e preciso degli eventi. Ovviamente sono presenti finali aggiuntivi in grado di fornire ulteriori sfumature, ma il nucleo della storia offre una conclusione solida e inequivocabile già alla prima run (terminabile in circa 11 ore). La scrittura del team si rivela pregevole, capace di tratteggiare non solo la psicologia frammentata di Simon, ma anche l'oscura e stratificata storia della città di Sant'Amelia stessa.
Dal punto di vista puramente ludico, Silent Hill Townfall è un audace ibrido che mescola avventura narrativa, enigmi ambientali e survival