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UE, sui data center un'etichetta energetica obbligatoria come i frigoriferi, ma sui consumi reali manca trasparenza
La Commissione europea ha proposto, il 21 settembre 2026, un regolamento delegato che introduce un'etichetta comune di sostenibilità per i data center con potenza superiore a 500 kW. Dovranno dichiarare come il consumo d'acqua si colloca rispetto allo stress idrico della zona in cui operano, e se recuperano il calore di scarto per rimetterlo nella rete energetica locale, ma lo schema non li obbliga a rendere pubblici i consumi totali di energia o acqua. Il testo dovrà superare due mesi di scrutinio da parte di Parlamento europeo e Consiglio, e se il percorso si chiude come previsto le prime etichette arriveranno nel 2027.
Dietro la misura c'è 68 terawattora: i data center dell'Unione hanno bruciato questa cifra di elettricità nel 2024 e arriveranno a 114 entro il 2030, oltre il 3% del fabbisogno elettrico europeo, mentre Bruxelles punta a triplicare la capacità installata nei prossimi sette anni per ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.
Il dettaglio su stress idrico e riuso del calore, spiega la stessa Commissione nel comunicato che accompagna il testo, serve a evitare l'effetto contrario a quello cercato: un'etichetta che mostra solo un voto complessivo, senza dati relativi al contesto locale, premierebbe un data center che consuma molta acqua in una zona già in stress idrico allo stesso modo di uno che ne consuma altrettanta dove l'acqua abbonda. Il paragone con i frigoriferi regge fino a un certo punto: l'etichetta energetica di un elettrodomestico dice quanto consuma in assoluto, quella dei data center dirà solo come si colloca rispetto al contesto, non quanto pesa davvero sulla rete o sulla falda.
Il divario fra le cifre di sostenibilità dichiarate e i consumi fisici reali è già documentato altrove. I numeri fisici e i numeri comunicati raccontano storie diverse: le emissioni di Microsoft, calcolate sull'energia effettivamente prelevata dalla rete locale, sono salite del 130% dal 2020 al 2024, mentre la cifra "market-based" che l'azienda comunica, basata su certificati e crediti energetici acquistati altrove, scendeva del 56% nello stesso periodo. Google mostra lo stesso scarto in direzione opposta, con un +92% di emissioni reali contro un +215% di crediti dichiarati, e ha prelevato 41 miliardi di litri d'acqua nel 2024, il 28% in aree già a stress idrico, dichiarando comunque un reintegro del 64% tramite progetti di compensazione.
Il caso Microsoft non è isolato: un pezzo precedente aveva già documentato una proiezione di 28 miliardi di litri d'acqua l'anno entro il 2030, quasi il triplo del 2020, e un altro aveva mostrato come Google e Amazon inquinino di più proprio a causa della crescita dei carichi AI, con le emissioni reali che salgono mentre le comunicazioni ufficiali parlano di neutralità carbonica. La stessa logica emerge quando i data center bruciano gas naturale per reggere il carico AI mentre vendono l'immagine di un'infrastruttura verde: è il tipo di scarto che un'etichetta europea sullo stress idrico locale, per quanto minima, renderebbe più difficile nascondere dietro un unico numero aggregato.
L'acqua resta il fronte meno regolato dei due: un pezzo di un anno fa aveva già descritto il problema delle infrastrutture IT globali alle prese con la scarsità idrica, e negli Stati Uniti le cause legali contro i data center per il loro impatto climatico e idrico si moltiplicano proprio mentre l'Europa sceglie la strada dell'etichetta pubblica invece del contenzioso in tribunale. Se lo schema europeo passa lo scrutinio di Parlamento e Consiglio, il 2027 dirà se un'etichetta comparativa basta a scoraggiare le comunicazioni più ottimistiche, o se il divario fra numero dichiarato e numero fisico continuerà a esistere un piano più in basso, fuori dalla vista dell'etichetta stessa.
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