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Perché non riesco più a giocare per ore come quando ero adolescente?
Quando ero adolescente potevo accendere una console nel primo pomeriggio, per rendermi conto solo dopo diverse ore che fuori era già diventato buio. Perdevo la cognizione del tempo, mi facevo prendere dalla storia e dal comprendere come superare un determinato livello.
Non mi chiedevo quanto tempo avessi giocato, non pensavo a quello che avrei potuto fare al posto di stare davanti allo schermo. Semplicemente, giocavo e me lo godevo, soprattutto. Oggi invece, mi sono reso conto, le poche volte che decido di sedermi per iniziare un nuovo gioco, non ho più la stessa leggerezza di allora. La risposta potrebbe essere semplicemente che sono cresciuto. Il tempo libero è diminuito drasticamente, tra lavoro, impegni e vita privata, e una sessione da cinque o sei ore è diventata oggi infattibile, a meno che non tu non lo faccia come lavoro. Ed è tutto vero, eppure non credo che il problema sia soltanto questo.
Perché anche quando il tempo ci sarebbe, anche quando provo quella voglia di giocare, spesso non lo faccio. Subentra una fastidiosa sensazione che mi fa percepire l'atto di giocare a un videogioco come uno spreco di tempo. E, delle volte, mi sento quasi anche in colpa, quando poi mi concedo qualche ora con il pad in mano.
Non so se è una sensazione solo mia o se qualcun altro la prova. Quasi come se il mio cervello dicesse: "Puoi fare qualcosa di più utile, imparare qualcosa, produrre qualcosa". Ed è assurdo, se ci penso razionalmente. Il tempo libero è sacrosanto e utile, eppure se devo trascorrerlo a giocare, mi sembra di sprecarlo.
Ed è probabilmente questa la cosa che ha cambiato di più il mio rapporto con i videogiochi.
Non so quanto dipenda semplicemente dall'età e quanto invece dal modo in cui siamo abituati a vivere oggi. Abbiamo strumenti per lavorare praticamente ovunque, obiettivi da inseguire, notifiche, progetti personali e la sensazione costante che esista sempre qualcosa di più produttivo da fare. Anche il riposo rischia così di diventare qualcosa da giustificare. Se leggo un romanzo per due ore va bene, se gioco comincio invece a chiedermi se non abbia esagerato, anche se razionalmente non c'è una vera ragione per considerare una forma di intrattenimento più legittima dell'altra.
Negli anni questo meccanismo ha modificato anche il modo in cui scelgo cosa giocare. Di certo non i multiplayer, giochi su cui da ragazzo trascorrevo molto ore ora mi sembrano davvero uno spreco di tempo. Dunque quando posso, e riesco a giocare, vado sui single player, con storie forti che, nella mia testa, possano lasciarmi qualcosa, un'esperienza vera da portarmi dietro. In ogni caso, diventa sempre più difficile, oggi, portare a termine un gioco. Un po' perché diventano sempre più lunghi, un po' perché non riesco a essere continuativo come una volta.
Il punto è che continuo ad amare i videogiochi, altrimenti non sarei qui. E non lo so, forse diventare adulti significa anche questo: cominciare a dare un prezzo al proprio tempo libero. In ogni caso, tornare per un giorno ad avere dodici anni sarebbe bello, giusto per potermi godere come facevo una volta lunghe sessioni di gioco senza sentirmi in colpa. Perché, a pensarci bene, è proprio questo che mi manca di più di quando giocavo da adolescente. Non le giornate infinite davanti alla console, ma farlo e sentirmi bene.
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