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L’era degli agenti: chi entrerà davvero nella tua vita
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Mettete a confronto due date. Il 23 settembre, durante Meta Connect, arrivano Muse e il piccolo Muse Charm. Il 29 settembre, al DevDay di OpenAI, vengono presentati i Dots. In sette giorni, due grandi aziende dichiarano che l’intelligenza artificiale non risponderà più: agirà. ChatGPT con le braccine e le gambine. È l’era dellìagente persistente che non aspetta di essere interrogato; lavora in autonomia, usa strumenti, apre applicazioni, prenota, redige, acquista, e resta operativo anche quando l’utente è assente.
Insomma, autonomo, pluristrumento, attivo anche quando l’utente non guarda. Funzionerà? Boh. La vera domanda in realtà è un’altra: chi deciderà di affidare questa delega alla macchina?
Per quasi quattro anni, dall’esplosione di ChatGPT, l’unità fondamentale del rapporto uomo-AI è stata il turno di conversazione: scrivi, leggi, scrivi di nuovo. Zuckerberg immagina ora un compagno vocale e avatariale da portare in tasca, con gli uffici di mezza Silicon Valley che adesso sembrano call center d’alto bordo; Altman invece, si immagina un collega cloud che aggiorna l’analisi competitiva mentre l’utente dorme. Due architetture diverse, due mercati diversi, la stessa scommessa: diventare lo strato operativo della vita digitale di qualcuno.
Meta ha mosso per prima, e con una logica che non ha niente di casuale. Muse ha superato ChatGPT nell’App Store americano entro pochi giorni dal lancio, un segnale che il mercato consumer ha risposto in modo immediato. L’agente gestisce email, fa acquisti, naviga il web per conto dell’utente; integra WhatsApp, gli occhiali Ray-Ban Meta e i nuovi VR Glasses. Non è un singolo prodotto: è un ecosistema costruito attorno a un avatar.
Il colpo più audace è il Muse Charm: un dispositivo delle dimensioni di un Tamagotchi, direbbe un boomer, di una custodia per auricolari dice uno giovane: schermo OLED touch da circa 2 pollici, connessione 5G e fotocamere, progettato nel laboratorio Meta guidato da Alan Dye, per anni responsabile del design delle interfacce Apple. Charm bypassa lo smartphone. Si aggancia alla borsa, si tiene in tasca, si usa al volo per parlare con Muse senza sbloccare il telefono.
La parola che non viene pronunciata, nelle presentazioni, è “controllo”. Amazon ha già bloccato Muse perché l’agente non si identificava chiaramente come automatico durante la navigazione, sollevando dubbi sulla gestione delle credenziali degli utenti. Charm è fisicamente autonomo dallo smartphone, ma è anche un tentativo preciso di uscire dal perimetro di iOS e Android. Zuckerberg sa che il terreno dei prossimi anni sarà chi possiede il punto d’accesso quotidiano all’AI. E il Charm è, letteralmente, un oggetto progettato per occupare quel posto.
I Dots di OpenAI, ne abbiamo parlato abbondantementec, propongono un modello diverso: nessun oggetto fisico, nessun avatar. Un Dot è un agente cloud con un computer virtuale dedicato, basato su GPT-6 Astra, che esegue compiti di lunga durata in Slack, Teams e nel nuovo ambiente condiviso ChatGPT Space. La promessa è che l’agente segua l’evoluzione di un progetto, aggiorni le analisi, costruisca demo software, e lo faccia anche mentre l’utente è assente.
Sul palco del DevDay, alcuni aggiornamenti vocali degli agenti non hanno funzionato. È un dettaglio rilevante: un agente che promette autonomia e si inceppa in pubblico crea un problema di fiducia molto più profondo di un chatbot che sbaglia una risposta. Il salto dalla competenza del modello all’affidabilità di un sistema operativo è ancora incompleto. Una demo simile fatta da Apple l’avrebbe sepolta facendole perdere miliardi di dollari in Borsa. OpenAI lo sa, ma è un rischio che sa anche come correre: settaggio prudente, feel da “beta permanente”, il bello del fenomeno è che può sbagliare e, dietro le quinte. ha scelto di richiedere per impostazione predefinita l’approvazione umana prima di azioni significative, come l’invio di mes