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La Lega alza la posta, 'Meloni se ne freghi del Patto, serve coraggio'
Claudio Borghi riconosce le ragioni di Giancarlo Giorgetti. Poi, però, schiaccia sull'acceleratore. I tassi salgono, all'orizzonte si addensano nubi e per il senatore-economista della Lega è il momento di una manovra "coraggiosa": mettere più denaro in circolo prima che una crescita da zero virgola venga "affossata in culla". E alza la posta: Giorgia Meloni smetta di inseguire il totem del 3% di deficit. La premier, sostiene, finora è stata "ligia" alle regole europee, adesso "dovrebbe fregarsene". Anche perché Parigi "viaggia su un deficit previsto al 5,4%, se non oltre, e nove Paesi sono sotto procedura come l'Italia". "Dobbiamo uscire dalla sindrome di Calimero", incalza Borghi, indicando nella Francia il vero malato d'Europa. Una risposta al richiamo alla prudenza del ministro dell'Economia e il segnale che, nel cortile della maggioranza, c'è già chi misura quanto più in là piantare il paletto della manovra. Al Cdm di venerdì, quando è diventato chiaro che per l'emergenza energetica ci sarebbero stati almeno tanti soldi quanti per la difesa, Matteo Salvini ha considerato centrato l'obiettivo e ha lasciato la riunione. Un risultato arrivato con la sforbiciata ai fondi inizialmente ipotizzati per la difesa, indigesta invece a Guido Crosetto. Ma chiusa una casella, resta da comporre il resto della finanziaria. E la coperta è più corta delle bandiere. La Lega mette in cima Quota 64 e flat tax e, se qualcosa dovrà saltare, nell'ala più prudente si ragiona sul sacrificio del libretto previdenziale per i nuovi nati. Forza Italia chiede a sua volta ambizione, ma con toni diversi. "Non solo prudenti", piuttosto "attenti", scandisce il responsabile economico Maurizio Casasco: bisogna "spingere la crescita, non dimenticare il sociale e ottimizzare le risorse". Tra i punti fermi azzurri, detassazione delle tredicesime e cashback immediato del 19% sulle spese sanitarie, veterinarie ai libri scolastici gratuiti per alcune fasce. Il menù resta lungo e da lunedì FI tornerà a sfoltirlo, dopo una prima riunione fiume con Antonio Tajani, capigruppo e governatori. "Nessuno ha la bacchetta magica", avverte Alessandro Cattaneo, citando una "start tax" per i giovani, un intervento sulle pensioni e misure più circoscritte, dalle spese veterinarie ai libri scolastici gratuiti. Poi il passaggio dal custode della cassa: "Andremo anche da Giorgetti". FdI resta invece più vicina al freno del ministro dell'Economia. "Non c'è da mettere bandierine su questo o quel provvedimento, ma trovare quelli più efficaci senza scassare i conti pubblici", avverte il senatore Marco Lisei, sottolineando che la priorità è aiutare famiglie e imprese davanti allo shock dei prezzi di benzina e gas, cercando più margini a Bruxelles. Anche sulle richieste all'Ue però gli alleati tratteggiano strade diverse. Nel carteggio con Ursula von der Leyen, Meloni non chiede di sospendere il Patto, ma di correggere il sentiero per assorbire l'inflazione. Borghi mette invece in discussione la corsa stessa al 3% di deficit, FI auspica vincoli adattati e lo stop a Ets e Cbam finché durerà la crisi di Hormuz. Dentro FdI, però, nessuno pensa allo strappo sul Patto: tanto più che il muro dei falchi, con Berlino e L'Aja a fare da sentinelle, resta in piedi. E la ricerca di margini si allarga anche al Recovery Fund, dove Meloni si muove insieme ad altri 15 Paesi per chiedere di dilazionare i rimborsi. Bruxelles, per ora, prende nota. Raffaele Fitto non si sbilancia: la Commissione europea "valuterà" la nuova lettera italiana, ricorda da Roma, ma un primo varco è già stato aperto con l'estensione all'energia della clausola di salvaguardia. A prescindere dalla trattativa europea, per le opposizioni è la filosofia stessa della manovra a non tornare. E, almeno sulle armi, il campo largo ritrova compattezza. Nel mirino finiscono soprattutto i 14 miliardi per la difesa: una "spada di Damocle" sulle altre priorità, la bolla il dem Antonio Misiani; la prova che la prudenza di Giorgett