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Clive Barker's Hellraiser: Revival - La recensione
Nonostante in adolescenza abbia trascorso un discreto numero di serate davanti ai film horror passati da Zio Tibia e collezionato diverse letture di genere, ci ho messo un botto di tempo a recuperare la saga di Hellraiser. Di sicuro prima dei Duemila inoltrati non avevo mai letto il romanzo Schiavi dell'inferno, di Clive Barker, da cui è partito un po' tutto, mentre alle declinazioni cinematografiche sono arrivato soprattutto grazie a Berserk, dove la conclave detta La Mano di Dio è praticamente una copia carbone dell'altrettanto demoniaca schiatta dei Cenobiti, con tanto di variante della scatola di Lemarchand rappresentata dal Bejelit scarlatto.
Poi, OK, anche prima di dedicarmici sapevo riconoscere l'iconografia del franchise, come si tende a riconoscere tutte quelle cose talmente famose da finire vaporizzate nell'aria dallo spruzzino della cultura popolare. Tuttavia, ecco, non sono mai stato un cultore di Hellraiser, di conseguenza prima di entrare in argomento gioco mi sono rivisto i primi due film usciti rispettivamente nel 1987 e nel 1988, fosse anche solo per cogliere i riferimenti sventolati in sede di intervista da Antony de Fault, il narrative director di Clive Barker's Hellraiser: Revival.
Il titolo in questione, disponibile da oggi, 8 ottobre, nelle versioni PC, PlayStation 5, Xbox Series X e Switch 2, punta infatti a declinare in chiave interattiva le atmosfere della serie attraverso una trama e delle circostanze rispettose della mitologia originale, nonché mature in termini di rappresentazione della violenza, del sesso e, insomma, di tutte quelle faccende BDSM che piacciono tanto a Pinhead e ai suoi compagni di merende. Ora, mi piacerebbe scrivere che, sì, Saber Interactive è effettivamente riuscita a fabbricare un videogioco a tema Hellraiser degno di questo nome, capace di tenere testa ai recenti tie-in Indiana Jones e l'antico Cerchio e 007 First Light.
Sicuramente Hellraiser: Revival trasuda autentica passione tuttavia, come si dice, le buone intenzioni tendono a lastricare la strada verso l'Inferno, ma non necessariamente quello figo infestato dai Cenobiti. A fronte di un intreccio effettivamente affine ai primi film e di una discreta abbondanza di sangue, squartamenti e sequenze esplicite, l'adattamento non riesce a portare a casa il risultato, mostrando il fianco a diversi problemi a livello narrativo ma, soprattutto, di gameplay.
Partendo dalla storia e dalle scelte di doppiaggio, fa sicuramente piacere che il team di sviluppo si sia avvalso della consulenza di Barker e abbia reclutato Doug Bradley per riprendere il suo storico ruolo nei panni di Pinhead. Ora come ora non mi sentirei nemmeno di condannare le premesse della trama che vedono il protagonista, Aidan Lynch, impegnato a gestire le richieste dei Cenobiti evocati dalla sua compagna, Sunny, la quale è finita a sua volta vittima delle conseguenze del rituale (se sapete a cosa mi riferisco, bene, diversamente vi lascio il piacere della sorpresa). Come se non bastasse, al giovane tocca fare i conti con la setta della Chiesa Scarlatta, ovviamente interessata a impossessarsi della scatola di Lemarchand o, come viene definita da queste parti, Configurazione della Genesi.
L'idea di un tizio più o meno qualunque maledetto dalle circostanze e alle prese con la gestione dei propri desideri più oscuri, ci sta, così come la faccenda della setta, soprattutto perché se cerchi di trasferire la struttura dei primi Hellraiser all'interno di un videogioco dalla vocazione action, beh, un po' di nemici da far fuori fanno comodo. A non avermi convinto sono state le evoluzioni del racconto, la scrittura dei personaggi sulla lunga distanza, una gestione dei contenuti più spigolosi un po' troppo "stupidina" e, soprattutto, un finale incapace di mandare in porto la narrazione in maniera soddisfacente. Una circostanza, quest'ultima, che affiancata a una particolare svolta di trama e alla struttura puramente ludica dell'esperienza sembra denunciare una produzione nata