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Apple, i fornitori di memorie si vendicano delle angherie, ma il conto lo paghiamo noi
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Per anni Apple ha imposto prezzi e condizioni ai produttori di memorie, sfruttando un potere d’acquisto che nessun altro cliente poteva vantare. Oggi i rapporti di forza si sono capovolti: grazie all’esplosione dell’intelligenza artificiale, quegli stessi produttori possono vendere i loro chip a prezzi molto più elevati. Apple deve pagare di più ma buona parte del conto arriva a noi, sotto forma di rincari sui prodotti che compriamo.
È la storia raccontata da Rolfe Winkler in una inchiesta del Wall Street Journal, ricca di retroscena sulle pratiche commerciali storiche di Cupertino: ricatti commerciali, minacce di ritorsioni, margini di profitto enormi e dirigenti impegnati in trattaive snervanti e a senso unico: quello che portava a favore della Mela. Una vicenda che spiega come Apple abbia costruito parte della propria redditività e perché oggi quel modello sia sotto pressione.
La figura esemplare di questa storia è Scott Nelson, dirigente di Kioxia, il produttore giapponese di memorie nato dalla divisione semiconduttori di Toshiba, era così esasperato dai rapporti con Apple che durante un’escursione nel deserto californiano prese a fucilate un vecchio iPod. Ne conserva ancora i frammenti sulla scrivania.
L’episodio racconta il clima che si era creato tra Cupertino e i suoi fornitori. Apple era diventata il maggiore acquirente mondiale di memorie flash NAND, i chip utilizzati per conservare dati, fotografie e applicazioni. Perdere un ordine poteva significare per un produttore ritrovarsi con fabbriche sottoutilizzate e grandi quantità di componenti invenduti.
A gestire molte di queste trattative era Tony Blevins, ex vicepresidente Apple responsabile degli acquisti, soprannominato Blevinator per i suoi metodi particolarmente aggressivi poi estromesso da Apple nel 2022, dopo 22 anni, per un imprudente battuta pronunciata in un video pubblicato su TikTok.
Blevins organizzava incontri consecutivi con fornitori concorrenti, in modo che i rispettivi rappresentanti potessero incrociarsi nei corridoi. Le riunioni proseguivano talvolta oltre mezzanotte, senza pause per la cena. I commerciali avevano imparato a portarsi barrette energetiche.
Nel 2015, quando SanDisk rifiutò di aumentare le forniture perché disponeva di clienti pronti a pagare di più, Blevins avrebbe minacciato di costringere il suo amministratore delegato a tornare da Apple in ginocchio.
Nel 2017, dopo che Western Digital aveva chiesto una commissione per riservare capacità produttiva, annotò la data su una lavagna e ne inviò una fotografia a un dirigente dell’azienda, promettendo una rivalsa. Quando i prezzi delle memorie scesero, Western Digital si ritrovò a dover pagare Apple persino per sottoporre i propri chip ai test, senza garanzie di ricevere ordini.
Apple pretendeva inoltre di essere il cliente con il prezzo più favorevole e si riservava il diritto di controllare la contabilità dei fornitori. Quando scoprì che Micron aveva venduto memorie a prezzi inferiori a un altro cliente, ottenne un accordo arbitrale da decine di milioni di dollari. I controlli erano così frequenti che Blevins negoziò persino uno sconto con Deloitte, la società incaricata delle verifiche.