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The Legend of Zelda: Ocarina of Time - La recensione
Ci sono videogiochi che hanno avuto un successo clamoroso, altri che hanno definito un genere e pochissimi che hanno contribuito a cambiare il modo stesso di concepire il nostro amato medium. The Legend of Zelda: Ocarina of Time appartiene a quest'ultima categoria. Quando arrivò su Nintendo 64 nel novembre del 1998, i videogiochi stavano ancora imparando a gestire le possibilità offerte dalla grafica 3D e Nintendo, tra i tanti meriti, ebbe quello di trasformare quella tecnologia in un linguaggio espressivo coerente, creando un'avventura che avrebbe influenzato buona parte delle avventure dinamiche dei decenni successivi.
Ventotto anni dopo, il remake per Switch 2, disponibile dal 5 novembre a 59,99 euro anche in edizione digitale e a 69,99 euro in quella fisica, rappresenta una delle operazioni di recupero più ambiziose mai intraprese da Nintendo, nonostante i molti remake recenti della casa di Kyoto (da The Legend of Zelda: Link's Awakening o a Paper Mario: Il Portale Millenario). Ricostruire Ocarina of Time significa infatti confrontarsi con un'eredità ingombrante, con milioni di ricordi personali e con un videogioco che, pur essendo considerato uno dei migliori di sempre, porta inevitabilmente i segni dei quasi tre decenni trascorsi.
Per fortuna, la strada scelta da Nintendo appare azzeccata. Anziché stravolgere la struttura dell'avventura per adattarla alla formula open world degli Zelda più recenti, il team di Nintendo EPD Production Group No. 3 ha preferito conservarne l'identità, intervenendo comunque su grafica, controlli, presentazione narrativa e numerosi aspetti dell'esperienza utente. Il risultato è un remake di grande fascino, capace di valorizzare il passato utilizzando strumenti moderni ma senza dimenticare le ragioni per cui il gioco originale è diventato una leggenda.
Prima di tuffarmi nell’analisi di questo remake, mi prendo qualche riga per sottolineare doverosamente il perché dell'alone quasi "mistico" che circonda il gioco originale, che giocai (e adorai) non al suo day one ma qualche anno dopo su GameCube. Con Super Mario 64 del 1996, Nintendo aveva già dimostrato come fosse possibile trasportare il genere dei platformer in ambienti tridimensionali, ma Zelda poneva problemi molto diversi. Un'avventura basata sull'esplorazione, sul combattimento, sull'utilizzo di oggetti e sulla risoluzione di enigmi richiedeva infatti sistemi di controllo più articolati e una gestione della telecamera particolarmente sofisticata.
La risposta fu lo Z-targeting, un sistema che permetteva di agganciare un avversario o un oggetto mantenendolo al centro dell'azione. Oggi la considereremmo una banalità, ma allora fu una soluzione fondamentale per rendere comprensibili e gestibili gli scontri in uno spazio tridimensionale. Il giocatore poteva infatti muoversi lateralmente rispetto al nemico, difendersi, schivare e attaccare senza perdere continuamente il riferimento visivo. Ancora oggi, quando utilizziamo il lock-on in un action moderno, possiamo riconoscere chiaramente l'eredità del lavoro compiuto da Nintendo.
Altrettanto importante fu la gestione contestuale dei comandi, che permetteva di eseguire azioni differenti utilizzando lo stesso pulsante in base alla situazione. Anche l'assegnazione rapida degli strumenti, il rapporto tra telecamera e movimento e la struttura dei dungeon contribuirono a stabilire convenzioni successivamente adottate da moltissimi sviluppatori. L'influenza del gioco si estese ben oltre la serie di Zelda. Le soluzioni create per Ocarina of Time si possono infatti riconoscere (in versioni opportunamente evolute) in numerose avventure dinamiche 3D, fino ad arrivare a produzioni contemporanee nelle quali il combattimento e l'esplorazione costituiscono il fulcro dell'esperienza. Non mi soffermo poi sul 99/100 di Metacritic (record assoluto per la piattaforma di recensioni online), ma lo cito giusto per far ribadire l’importanza storica e non solo che il quinto episodio di The Legend of Zelda ha avuto.