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Il clima cambia i raccolti, ma mele e grano reagiscono diversamente
Un gruppo dell'Università Tecnica di Monaco ha analizzato i raccolti di diverse colture in due aree della Baviera, scoprendo che la risposta al cambiamento climatico varia anche in base alla dipendenza dagli insetti. Lo studio, pubblicato sulla rivista peer-reviewed Ecology and Evolution, aiuta a spiegare perché mele e grano non seguono lo stesso andamento e indica che le strategie agricole dovranno considerare insieme clima e impollinazione degli insetti.
I ricercatori hanno esaminato dati relativi a oltre 35 anni, dal 1985 al 2019, confrontando colture prive di dipendenza dagli impollinatori, moderatamente dipendenti e fortemente dipendenti. I dati sui cereali coprivano l'intero periodo, mentre quelli sulla frutta erano disponibili dal 2003. Temperature medie, massime e minime, precipitazioni e numero di giorni asciutti sono stati combinati in un indicatore climatico, poi messo in relazione con le rese.
Il confronto geografico ha incluso l'Alta Baviera, più fresca e umida, e la Bassa Franconia, più calda e secca. Nel complesso le rese sono aumentate nel tempo in tutte le categorie, probabilmente grazie a miglioramenti nella selezione varietale, nella meccanizzazione e nella gestione dei campi. L'incremento annuale stimato è stato però più debole nella regione calda e secca: 1,4%, contro il 3,6% dell'area fresca e umida.
La differenza tra mele e grano emerge dal loro ciclo biologico. Il grano non dipende dagli insetti, poiché viene impollinato dal vento o si autoimpollina; caldo e siccità agiscono quindi soprattutto direttamente sulla pianta e possono ridurre numero e dimensione dei chicchi quando le condizioni superano l'intervallo ottimale. I meli, invece, hanno bisogno degli insetti per una buona allegagione, cioè per trasformare i fiori fecondati in frutti.
Nell'intervallo osservato, le colture fortemente dipendenti dagli impollinatori, in gran parte alberi da frutto, hanno mostrato rese maggiori nelle condizioni più calde e secche. Secondo gli autori, potrebbero aver beneficiato di meno danni da gelate tardive, di radici profonde capaci di raggiungere l'acqua e di comunità di insetti adattate al caldo. Si tratta di spiegazioni plausibili, non della dimostrazione di un singolo meccanismo causale.
Il vantaggio osservato non è destinato necessariamente a continuare. Un ulteriore riscaldamento potrebbe spingere anche gli alberi oltre la loro soglia climatica, mentre siccità e calore possono produrre fiori più piccoli e meno attraenti. Anche gli impollinatori hanno tolleranze termiche diverse: cambiando la comunità locale, possono cambiare l'efficienza e la stabilità del servizio di impollinazione.
Lo studio resta correlazionale e non include dati di lungo periodo sulle popolazioni di insetti, né separa completamente gli effetti di cultivar, pesticidi, uso del suolo ed eventi estremi. Serviranno esperimenti sul campo per verificare i meccanismi proposti. Gli autori suggeriscono intanto di integrare nei modelli di resa la dipendenza dagli insetti e di sostenere la biodiversità degli impollinatori con siepi, aree fiorite, rotazioni più varie e minore pressione dei pesticidi.
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