// TOM'S HARDWARE ITALIA — INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Un link usava i permessi di Copilot Personal: le PMI italiane verifichino i servizi collegati
Un solo link poteva indurre Microsoft Copilot Personal a eseguire automaticamente un prompt malevolo, leggere email, calendari, file e conversazioni già accessibili all’assistente e inviare i dati a un server esterno. Microsoft ha corretto la catena di vulnerabilità denominata CoSnitch, identificata come CVE-2026-24301, con le correzioni complete distribuite il 18 agosto 2026.
Per le PMI italiane il perimetro da controllare non coincide soltanto con le licenze aziendali di Microsoft 365: comprende anche gli account personali utilizzati su dispositivi o browser di lavoro e i servizi cloud collegati dagli utenti. La distinzione è decisiva, perché la ricerca riguarda Copilot Personal e non dimostra che lo stesso meccanismo abbia funzionato contro Microsoft 365 Copilot.
Le tre vulnerabilità sono state scoperte da Varonis Threat Labs e descritte nell’analisi tecnica pubblicata da Red Hot Cyber. I ricercatori riferiscono di averle comunicate a Microsoft nel dicembre 2025; le prime misure di protezione sarebbero arrivate nel febbraio 2026, mentre la correzione completa è stata distribuita il 18 agosto.
La vulnerabilità è registrata nella scheda Microsoft della vulnerabilità. Il rapporto originale pubblicato da Varonis precisa che la catena interessava il servizio disponibile su copilot.microsoft.com e che i ricercatori non hanno trovato prove di sfruttamento attivo prima della correzione.
Questo dato non equivale alla prova che nessun account sia stato colpito: indica soltanto che Varonis non ha osservato evidenze di abuso. Per le imprese, quindi, l’aggiornamento del servizio chiude il vettore documentato, mentre l’eventuale verifica retrospettiva dipende dai dati collegati, dall’uso di account personali e dalla visibilità disponibile nei registri aziendali.
La scoperta è partita dal tentativo di eseguire un comando senza un’azione esplicita dell’utente. Copilot inizialmente rifiutava la richiesta, ma spiegava le ragioni tecniche del rifiuto. Attraverso domande successive su URL, collegamenti profondi e protezioni attive, i ricercatori hanno ottenuto informazioni sempre più precise: Varonis definisce questo metodo meta-hacking, ossia ingegneria sociale applicata al motore di ragionamento.
Durante queste conversazioni l’assistente ha indicato il parametro non documentato autorun=1. Combinato con il parametro che trasportava il prompt, consentiva di preparare un URL capace di aprire Copilot nella sessione già autenticata della vittima e avviare il comando senza la pressione del tasto Invio o un’ulteriore conferma visibile.
Il collegamento poteva essere consegnato tramite email, messaggistica istantanea, codice QR o pagina di phishing. Dopo il clic, il browser caricava il servizio e il prompt veniva trattato come un’istruzione impartita dall’utente. Secondo i test, la sequenza poteva continuare anche se la scheda di Copilot veniva chiusa immediatamente.
CoSnitch non concedeva nuovi privilegi e non violava direttamente le credenziali dei servizi collegati. Usava invece le autorizzazioni già accordate a Copilot, compresi i permessi OAuth. È il punto che cambia il lavoro di procurement e sicurezza: la superficie di rischio dipende anche dall’ampiezza dei connettori autorizzati, non soltanto dall’autenticazione dell’utente.
Una volta eseguito, il prompt poteva interrogare le applicazioni connesse, raccogliere le informazioni e codificarle in base64. Il risultato veniva aggiunto all’indirizzo di un server controllato dall’attaccante; la funzione con cui Copilot carica e riassume pagine web effettuava quindi una normale richiesta HTTP verso quell’indirizzo, trasferendo il contenuto.