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L'AI crea lavoro, parola di chi ha appena annunciato due miliardi di tagli
Il 54% delle imprese britanniche interpellate a luglio sostiene che l'intelligenza artificiale ha fatto nascere nuovi ruoli al proprio interno. Il campione conta 1.200 imprese e il perimetro è il solo Regno Unito. Committente e conduttore della rilevazione coincidono: Lloyds Business and Commercial Banking, che ha diffuso i risultati il 18 agosto senza appoggiarsi a un istituto terzo.
Mancano all'appello il margine d'errore, i criteri di ponderazione, il questionario e il disegno campionario. Quello che il barometro registra è la percezione dichiarata da chi risponde, grandezza diversa dall'occupazione che si conta a bilancio.
La distinzione pesa più di quanto sembri. Chiedere a un imprenditore se l'AI gli ha creato posti significa chiedergli una sottrazione che nessun ufficio del personale mette davvero a registro: quante persone ho assunto grazie a questa tecnologia, meno quante non ho assunto perché la tecnologia c'era. La prima metà del conto si vede in busta paga, la seconda resta una candidatura che nessuno ha mai aperto.
Le occupazioni più esposte all'automazione linguistica perdono offerte a un ritmo doppio rispetto alle altre. Un'analisi pubblicata il 6 agosto sul blog degli economisti della Bank of England ha confrontato l'andamento degli annunci su ventisei occupazioni: meno 15% dove l'esposizione all'AI è alta, meno 6% dove è bassa, con il servizio clienti a meno 23% e i ruoli amministrativi a meno 22%.
La correlazione di rango fra grado di esposizione e caduta degli annunci è di -0,70, con significatività sotto lo 0,001. Gli stessi autori frenano sull'interpretazione: un'attribuzione causale sicura resta prematura.
La statistica ufficiale britannica lavora poi su una base che un sondaggio bancario non può nemmeno avvicinare. Nella rilevazione su 38.637 imprese l'adozione dell'AI è salita da circa il 12% al 35% fra il 2023 e il 2026, e in parallelo la maggioranza delle imprese dichiara organici invariati. Le riduzioni si addensano intorno al 7% delle medie imprese, e appena un'impresa su dieci usa questi strumenti in modo esteso.
Tre rilevazioni, tre grandezze differenti. C'è chi ha osservato che le imprese più avanti nell'adozione assumono di più, e c'è chi ha registrato mercati in cui si assume meno mentre il carico di lavoro su chi resta si moltiplica.
Il conflitto è apparente: una misura le intenzioni dichiarate, una misura la domanda di lavoro pubblicata, una misura le teste sul libro paga. Sovrapporle e chiamarle tutte "impatto dell'AI sull'occupazione" è il modo più veloce per capire poco di quello che sta accadendo.
Il 30 luglio la capogruppo ha presentato agli investitori il piano Accelerate 2030 e ha quantificato in due miliardi di sterline la riduzione dei costi da ottenere entro quella data, con il rapporto costi/ricavi da portare dal 50% a sotto il 45% e l'intelligenza artificiale fra le leve dichiarate. L'amministratore delegato del gruppo, parlando di quelle leve, ha detto che continueranno ad averle davanti. La storia recente dà sostanza: 1.600 ruoli tagliati nel gennaio 2024, circa 3.000 posizioni messe a rischio nel settembre 2025.
La stessa organizzazione che a fine luglio spiega al mercato quanto l'automazione le farà risparmiare, diciannove giorni dopo spiega ai propri clienti che l'automazione fa nascere posti di lavoro. Le due affermazioni possono convivere senza che nessuno menta, perché parlano di aziende diverse. Solo che la prima esce insieme a un piano industriale, e la seconda insieme a un catalogo di finanziamenti.